Server privati "illegali"? Negli USA è polemica dopo il no alla legge che tutelava i videogiochi online
Oggi alle 6:45
1782888313214
Negli Stati Uniti si è fermato il percorso del Protect Our Games Act, la proposta di legge che avrebbe imposto agli editori di garantire una soluzione ai giocatori quando decidono di spegnere i server di un videogioco acquistato. Il provvedimento non ha ottenuto i voti necessari in una commissione del Senato della California, ma a far discutere più della bocciatura è stata la posizione espressa dall'industria sui server privati.
Durante il dibattito, una rappresentante della Entertainment Software Association (ESA), l’organizzazione che riunisce molti dei principali publisher del settore, ha dichiarato che i server privati di giochi come Minecraft e Call of Duty rappresentano una forma di pirateria. L’affermazione ha immediatamente suscitato forti critiche, soprattutto perché Minecraft supporta ufficialmente la creazione di server privati attraverso strumenti messi a disposizione dagli stessi sviluppatori. Secondo l’ESA, tuttavia, i server non autorizzati possono violare i diritti di proprietà intellettuale dei publisher.
La proposta di legge nasceva sulla scia del caso The Crew, il gioco Ubisoft diventato inutilizzabile dopo la chiusura dei server, e prevedeva che gli editori offrissero un’alternativa agli utenti, come una modalità offline, il supporto ai server privati oppure un rimborso. Con la bocciatura del provvedimento, però, nessuno di questi obblighi entrerà in vigore in California.
Il movimento Stop Killing Games ha già annunciato che continuerà a promuovere iniziative simili, sia negli Stati Uniti che in Europa. Al di là dell’esito della proposta di legge, il caso ha riportato al centro una questione sempre più attuale: acquistando un videogioco in digitale, si è davvero proprietari del prodotto o si sta semplicemente pagando una licenza con una data di scadenza come quella dei suoi server?
Fonti: TechSpot, Video Games Chronicle
